«Un discorso che qui non deve finire, ma cominciare»: la scuola cremonese di fronte a Lettera a una professoressa
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Abstract
I vecchi e nuovi analfabetismi hanno sempre stimolato, nella storia dell’educazione, urgenze e ripensamenti non privi di esiti rilevanti, anche sul piano pratico. È il caso, fra i tantissimi, della denuncia rappresentata, all’alba del Sessantotto, da Lettera a una professoressa, il controverso testo dei ragazzi di Barbiana, del quale ancor oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, non si finisce di parlare, tra mito e realtà. Non meno interessante, anche per ricostruire i numerosi e multiformi contesti culturali di provincia, appare al proposito lo sguardo locale, chiamato a indagare l’atteggiamento (di difesa o, viceversa, di messa in discussione del proprio operato) d’insegnanti formati secondo una ben diversa immagine di scuola.
Il contributo espone il caso di Cremona anche alla luce della recente riscoperta (critica e documentaria) di alcune figure di docenti, perlopiù di orientamento cattolico. Il dibattito su don Milani e sul suo radicale atto d’accusa si propone così di tratteggiare un affresco più ampio della scuola cremonese, volto a mostrarne tanto le resistenze quanto l’improcrastinabile bisogno di cambiamento.